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Non alla patria,
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Ex-villaggio olimpico
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Fire fi the Vatican
- a saintpunk feuilleton

1. Conosci te stesso
2. Essere e niente
3. Schiere di angeli
4. Matricole
5. Fuoco!
6. Morte ai creazionisti!
7. Contro l'estetica
8. In principio è la responsabilità
9. Il peso e la rabbia
10. Prolegomeni
11. Vergogna e necessità
12. Aurora
13. A brandelli
14. Gavagài
15. La gravità dell'ascesi
16. Stelle fisse
17. Discorso alla nazione
18. La gaia scienza
19. Il candido
20. Saintpunk
21. Nuove esperienze riguardanti il vuoto
22. Invaders
23. Anarchismo metodologico
24. Simposio
25. Alterità e trascendenza
26. Io è un altro, lo zero non esiste
27. Introduzione al narcisismo
28. La psicoterapia materialista
29. Interludio
30. De Ordine
31. De mendacio

Tupazz nella nebbia

Rapporti, no? (intro)
Aprile
25 aprile 2005
La casa delle libertà
Chinese in helicopter
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De Profundis
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De racapricio
Non ragionare da fuorisede
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Contro tutti

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Quando muori fa' sapere
Svegliami 1
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Svegliami 3
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Principi di devozione 2 (pt.2) -
di Jago

Principi di devozione 2 (pt.3) -
di Jago


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De rerum paura

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Episodio 2
Episodio 3
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Prima in ottobre
Seconda in ottobre
Prima in novembre
Seconda in novembre


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lunedì, 09 novembre 2009

Pensieri sui libri di Angelo Calvisi

Calvisi ha scritto una trilogia: Maledizione del sommo poeta, Il geometra sbagliato, Principe di Persia. Maledizione del sommo poeta cambia completamente se, dopo averlo letto, si legge Il geometra sbagliato e si ripensa il primo libro alla luce del secondo. Perché Maledizione del sommo poeta è un libro che lì per lì si prende a ridere: perché la figura del visionario, del rimastone, del tipo che si fa i viaggi, ottiene, come risposta automatica della cultura diffusa, il riso. Ma poi la lettura del Geometra sbagliato agisce retroattivamente sul lettore: ci si vergogna di aver riso. Perché ci si rende conto che in realtà non c’è alcuna differenza – nell’universo di Calvisi – tra la fenomenologia del rimastone e quella della persona affetta da disagio mentale, cambia solo lo schema culturale di riferimento, nel primo caso la reazione è il riso, nel secondo la tristezza e la compassione. È vero che, man mano che si cresce, i rimastoni fanno sempre meno ridere e mettono sempre più malinconia. Ma c'è qualcosa che rimane, anche solo a livello di consuetudine sociale, di aspettative altrui alla fine del racconto degli aneddoti del paesello, che si fatica sempre a eliminare del tutto. Ecco, forse bisogna pensarci. Perché poi tu leggi Maledizione del sommo poeta e pensi che insomma, è un libro, è fatto apposta, è fatto apposta perché tu rida, nessun matto è stato preso in giro per scrivere questo libro, niente di tutto ciò è successo. Allora ridi. E poi, quando leggi il secondo e capisci qual è il tema della trilogia, pensi: cacchio, non c'era niente ridere. E allora pensi a tutte le altre volte che non c'è niente da ridere, pensi che non c'è da ridere nemmeno per scherzo, nemmeno dell'idea platonica.

Perché poi in Calvisi non c’è alcuna immagina romantica del matto. Il matto non è un genio, il matto non è oracolare, il matto ha anche visioni grette, provinciali, imprecise, deragliate dall’immaginario più banale: Dante al reparto reggae del negozio di dischi che “ha i rasta” (cioè i dreadlock) e si fa una canna.

Da Principe di Persia:

E così siamo montati a cavallo, anzi sono montati Geeva e gli uomini in nero. Sulla groppa di questi fantastici animali, che la mia vista non può contenere con un’unica occhiata, galoppiamo verso la destinazione definitiva. Sono ripiegato su me stesso dentro lo zaino che Geeva porta sulla schiena. La corsa dei cavalli si distende tra i sentieri di una foresta dove la terra è fatta di terra, e l’acqua del fiume non è altro che acqua, e tutto è quello che è, solamente quello che è.

Gli animali fantastici che la vista non può contenere con un’unica occhiata mi hanno ricordato la Poetica di Aristotele, è la stessa immagine che Aristotele usa quando dice che la narrazione deve poter essere abbracciata da un solo sguardo della memoria, che il racconto deve essere fatto in modo che il lettore se lo ricordi tutto, mentre legge. Allora ho pensato che, sempre nella Poetica, Aristotele dice che la causalità del racconto deve essere più forte di quella della realtà, in cui tra molti eventi non c’è concatenazione. Nella trama no, nella trama gli eventi devono essere collegati da una causalità forte. Invece il Principe di Persia dice che “la terra è fatta di terra, e l’acqua del fiume non è altro che acqua, e tutto è quello che è, solamente quello che è”. Calvisi registra la realtà, le sue narrazioni sono piene di azioni che non si possono ricordare con un solo sguardo della memoria perché la causalità è debole, perché Calvisi riporta la realtà (anche se è una realtà che ha inventato lui) esattamente come è, con la sua frammentarietà, la sua causalità debole, la contingenza degli eventi. Non è detto che questo sia un bene per il lettore, cognitivamente è abbastanza pesante e dispersivo, ma sembra un’operazione concettuale e mi sembra interessante.
Se nella causalità forte della narrazione noi, per un patto tra autore e lettore, vediamo l’imitazione della realtà, quando in realtà la realtà è fatta di contingenze decisamente più slegate, e se nella follia, rispetto alla realtà, noi vediamo una minor capacità di comprendere i legami tra le cose che popolano la realtà, allora un modo per rappresentare la follia nella narrazione è quello di registrare la realtà: l’effetto, stante il patto tra autore e lettore, è quello di assistere alla visione del mondo di un folle, con un focus d’attenzione che si sposta continuamente su cose che non hanno una stretta correlazione con la coerenza del racconto, ma come se ce l’avessero (perché è un racconto e ce lo aspettiamo).

Principe di Persia, poi, almeno nella prima parte, è narrato come un romanzo d’avventura, solo che il protagonista è matto. Anche la parte persiana, quella presa di peso dal videogioco, è narrata come un romanzo d’avventura, ma accade come un videogioco: nel videogioco la grafica è funzione dell’ambientazione, ma l’azione non è correlata in modo forte alla trama, si può pensare anzi che la trama di un videogioco è concepita come pretesto per stressare l’abilità manuale del videogiocatore; anche le sottotrame, i piccoli schemi, le microsequenze, sono relativamente libere dalla trama generale: quindi se l’ambientazione dà atmosfera, spesso, di contro, le azioni non danno vita a una struttura narrativa coerente o anche solo interessante, evolvente: la prima parte Principe di Persia narra con il piglio di un romanzo d’avventura accadimenti che hanno una non-trama da videogioco, e vi regna tutta la plurivocità e multidirezionalità – che si risolve nell’immobilità – del disagio mentale, una frenesia circolare, senza futuro.

Nel Principe di Persia, rispetto agli altri due romanzi, della trilogia, il protagonista è più attivo, si lascia meno vivere, interagisce con il contesto in maniera più decisa, dà addirittura vita a una rivolta. Filippo La Porta, in riferimento al Geometra sbagliato, scrive che la malattia nega l’altro e la sua diversità, più precisamente scrive di immaginazione masturbatoria, autoreferenziale, che nega l’altro e la sua diversità. Noi, in ambito morale, biasimiamo chi sente poco o male, trattiamo l’iposensibilità come fosse un atto volontario, imputiamo una colpa, non ci viene mai in mente che essere iposensibile possa essere un handicap. Mi pare che invece Il geometra sbagliato riesca a fare questo: a portare empatia e compassione verso uno che, per dire, non riconosce la moglie e l’assimila ad altre donne. Di questo personaggio, e di quello di Maledizione del sommo poeta, nei due romanzi c’è tutta la passività. Invece, nel Principe di Persia, il protagonista è attivo, ma è talmente attivo da trovare una sua via d’uscita. Quindi nei romanzi di Calvisi c’è o la compassione per una situazione involontaria (Sommo poeta, Geometra), o l’apprezzamento per una capacità di autoredenzione spinta dalla volontà (Principe di Persia). Calvisi sembra dire che dove c’è una deficienza del sentire non c’è volontà (Sommo poeta, Geometra), e dove c’è volontà vedrai che c’è una via d’uscita, dove c’è volontà c’è redenzione (Principe di Persia), perché il male è un handicap non una colpa.

C’è un’ambiguità nel Principe di Persia, nella figura demiurgica di Mechner, il programmatore del videogioco, e nell’incontro tra il protagonista e il demiurgo Mechner. Nell’ultima parte il protagonista sembra essere per la prima volta cosciente di essere in un videogioco. Dopo un crescendo, nel quale il protagonista esce dal videogioco e si ritrova nel reale, il protagonista torna nel videogioco ma rendendosi conto che è un videogioco: ha la lucidità – per la prima volta – di comprendere dove si trova. A quel punto viene bersagliato, minato nella mente, c’è un deragliamento linguistico e uno si chiede “ma non era arrivato alla lucidità”? Poi capisci che c’è un’attività che non dipende da lui, è un’attività di cui la sua mente è vittima, e appare il padre eterno, Mechner, la matrice: è lui che lo sta attaccando. Alla fine Mechner lascia al protagonista la possibilità di scegliere di quale memoria (reale) vuole vivere, da dove ricominciare. Mi pare ambiguo questo demiurgo che ti chiude in un videogame e poi compare come un guardiano di fine ultimo livello e ti lascia la possibilità di vivere nel reale, ma a pensarci bene è il videogioco stesso che è fatto così: se porti a termine la missione hai vinto, sei libero. La volontà del protagonista, che si muove autonomamente e in rivolta, è premiata con la grazia del demiurgo Mechner.
venerdì, 30 ottobre 2009

From revolution to revelation



So much confusion
When autumn comes around
What to do about October
How to smile behind a frown?
It's hard to settle down

It's so bemusing
Will they cancel the parade?
We marched each October
Now they say we were never even saved
We must be very brave

Shall I rewrite or revise
My October symphony?
Or as an indication
Change the dedication
From revolution to revelation?

So we're all drinking
As leaves fall to the ground
Because we've been thinking
How October's let us down
Then and now

Shall we remember
December instead?
Or worry about February?
Mourn our war-torn dead
Never seeing red?

Shall I rewrite or revise
My October symphony?
Or as an indication
Change the dedication
From revolution to revelation?
mercoledì, 28 ottobre 2009

Fire fi the Vatican – De nihilo

– Bene – si compiace il cardinal Cartario, si frega le mani, s’ingobbisce, punta il volto di Cosimo – dunque rispondimi, o servo del Papa, della suprema verità del creazionismo che tu possiedi certo. A rigor della logica che da troppo non frequenti: può un Trascendente assoluto intervenir nel fisico, intendo: spostar le montagne, sollevare gli oceani con il suo grande dito? Ha forse un dito, benché estremamente curato, il Trascendente?
– Voi mi ponete domande che contengono le loro risposte, Signore.
– Bene fai a chiamarmi Signore, perché Signore è chi domina, prete ambiguo. Rispondi.
– No. Il Trascendente non ha dita, non sposta montagne, non solleva oceani.
– Dunque voi dite che creazionismo è dire che il Dio non crea?

Un corazzato è distratto dal raschiare d’un angelo e volta le spalle d’antrace alla nube bianca. Prima che Nil possa avvertire il suo soldato quella s’espande all’improvviso: lo inghiotte. Un grido perfora gli auricolari del casco e lacera il timpano del Generale. Sotto il grido del soldato suoni di tritura mostruosa, macina di lamiere: il sangue di Nil si iberna per un brivido che gli sale dal sacro e gli percorre la dorsale. Non s’accorge che un volo d’arcangelo lo punta alle spalle, un istante separa la spada dal giunto di collo e nuca del suo droide.

– Evidentemente, Signore, senza che io possa farci alcunché, io lo dico.
Cosimo fissa Cartario, si sente la bocca storta dallo sdegno e frenata dal terrore. Ma non ci può pensare, quello insiste:
– E ora dimmi ancora, del creazionismo, o sapiente. Un Trascendente assoluto è forse persona? Possiede la volontà, prende la decisione, prova la rabbia, punisce il peccato? Un Trascendente assoluto è a nostra immagine?
– Non credo si possa intendere questo, Signore.
– Sì o no?
– No, se è Trascendente... assoluto, esso non è persona.
– Ma come? Oh perdonami, ho sensazioni bizzarre sull’esito della tua lezione. Ma con ordine: non attribuiamo noi la coscienza alla sola persona?

– Servi del Vaticano – il Papa lascia il trono, s’alza sulle gambe, la Veste nera della guerra ricade lunga; Guerrero allarga sorriso e braccia come ad accogliere la mostra delle sue gerarchie, i capelli biondi gli cadono sulle spalle – si solleva questa notte la Piramide. Va alla guerra contro la Terra peccatrice. Uccide il corpo per salvare le anime, inchioda al bene, schiaccia il relativismo con la sola libertà possibile, che è fedeltà alle Leggi di Natura così come il Trascendente le volle e creò, come il Papa le illumina agli sguardi. Si solleva in questa notte la Piramide e muove sul continente che i suoi abitanti chiamano Terra. Va a mondarla.

– In effetti noi diciamo persona chi ha coscienza.
– Ecco, infatti mi sembrava. Ma dimmi, filosofo, non diciamo noi che solo le persone possono fare il bene e il male morali? Come gli arcangeli che su di noi stanno ora compiendo il bene e i droidi eternisti che stanno ora compiendo il male? O diciamo che anche la pietra o il porco che uccidono qualcuno commettono male morale?
– Solo la persona può fare il bene o il male, noi diciamo, come i piloti degli arcangeli e dei droidi.
– Oooh! Ma allora, un Trascendente assoluto, se trascendente e se assoluto, e assolutamente non persona, sottostà al bene e al male, o al contrario è al di là del bene e del male?

Prima di apparire nello squarcio ora aperto sul petto dell’alabardiere, il gendarme ha affondato la spada in due sentinelle. È giovane, non manca di grazia e sguardo profondo, intelligente negli occhi neri. Lo vede armeggiare con ciò che rimane delle leve ma l’alabardiere risponde male e misero,  allora l’uomo dà un’ultima stizzosa scossa ai comandi poi si ferma, incrocia le braccia e fissa fiero il droide scarlatto. Futura lo trapassa.

– Se trascendente e se assoluto è necessariamente al di là del bene e del male, Signore.
– E se dunque il Trascendente non è persona e non ha coscienza, si cura del bene e del male e su di essi si esprime? O solo il Papa si esprime in questo mondo sul bene e sul male?
–  Il Papa si esprime, lui solo.
– E se il bene e il male non sono nel Trascendente più di quanto altre cose non vi siano, ed è invece il Papa che dice cosa è Bene e cosa è Male, finalmente, chi crea il Bene e il Male? Chi fa la verità?

Tolner vede la spada a tre secondi dal droide di Nil, mira al fianco del nemico ma fa fuoco nel vuoto: l’arcangelo spazzato via da una cosa, una cosa masticata, grumo di metallo, cartoccio, il cervello di Tolner attiva il casco, il pensiero è più veloce della massa, lo zoom raggiunge l’oggetto che sta volando via nel cielo: è la carcassa, è il carapace del corazzato trascinato prima nella nube e ora sputato fuori dalla nube. È allora che un boato tremendo, inumano, squarcia l’aria. Il coro angelico cessa di colpo, la schiera si dispone a triangolo attorno all’ente. La nube di vapore si disperde. Ne affiora una croce rovesciata, inchiodato sta un gigante nudo e barbuto, grida orrendi boati che fanno vibrare l’aria, i droidi, penetrano gli abitacoli, le ossa. Un urlo più sottile, d’uomo, si ode nei caschi: Tolner vede Nil saettare verso la bocca del gigante.

– Nella sua illimitata carità, il Papa fa la verità, Signore.
– E allora, allora. Allora dimmela, infine, la verità ultima e una del creazionismo, prete, dimmela. Mi insegni che un Trascendente non ha alcun contatto con l’esistente. Mi domando, dunque, un Trascendente assoluto è un ente? È un ente, come il mare o la cordigliera o la gigamandra dall’occhio idiota o il sistema del sole o l’universo o la molecola?
Cartario vede lampeggiare la beffa del disperato nello sguardo del delatore.
– No, Cardinale, no, – ghigna Cosimo – vedete: solo un peccatore può pensare che Dio sia un ente. Io dico che il Trascendente fa essere gli enti, ne è fondamento, ma non è nessuno di essi: è infatti totalmente trascendente.
– Dunque sii rigoroso con me. Se il Trascendente non è un ente, di nessun tipo, si può ancora dire che esso sia?

lunedì, 19 ottobre 2009

Fire fi the Vatican – Beatitudo propter se ipsam expetenda est

Dal centro della Piramide, il capo reclinato sul pugno, poggia sul gomito, lo sguardo alla volta istoriata, Guerrero parla piano sul respiro profondo della macchina in volo.
– Tutte le cose, – socchiude le palpebre, le iridi alte vi si immergono – tutte le cose sono animate dal Primum movens.
Soffia. Non gli sfugge la ghigna di tre cardinali prossimi alle scale del trono, ché trae godimento l’uomo dall’affermazione del potere. Sorride a sua volta: quel potere è il suo; ben altra condizione decisamente.
– Per troppo tempo l’inerzia ha assopito il Vaticano. Papi deboli non hanno sancito ciò che è Bene e ciò che è Male. Si indica alla Terra, questa notte e una volta per tutte, la sua corretta direzione, nella dottrina di cui il Papa è depositario, nel suo spirito, nella sua anima, nel suo corpo. Papa è voce del Trascendente, volontà di Papa è volontà del Trascendente.

Il frate si guarda intorno rapidamente. Nessuno passa per la stanza. Crolla in ginocchio. Il pugno sulla lastra del pavimento.
– Io son dei vostri, mio Signore, – fa a voce bassa – Padre Cosimo Verneto, sonda del Vaticano al monastero di Pietra Lungana.
Dall’alto Cartario lo scruta, inarca la bocca, incrocia le braccia sul petto.
– Sì, sei dei nostri: ché il terrore del potere ti ha piegato senza che tu corressi alcun pericolo. Infatti il delirio ai mistici è concesso. Non ai preti. E io son testimone della tua professione di misticismo.
– Voi siete testimone della mia fedeltà al Pontefice: al delatore è fatto obbligo di mantenersi segreto, financo al cospetto della porpora.
– La consuetudine con il misticismo t’ha rovinato la logica. Hai appena violato il comando di fedeltà al Papa.
Pugno e ginocchia al pavimento, la sonda alza il capo.
– Bastardo...
– Sempre. Ma, comunque vada, non sarà la tua paura a convincermi: ho veduto con i miei occhi nei tuoi occhi l’ardore del mistico, e un prete che professa deliri mistici vince in premio il rogo. Dunque sei pure fortunato, ché hai una briciola di potere, una scelta.
Sul volto del delatore Cartario osserva la perplessità mischiarsi alla speranza e queste insieme mischiarsi al rimorso per l’epiteto che la rabbia ha lasciato sfuggire alla bocca. Ghigna.
– Scegli tu se preferisci accedere al rogo perché hai rivelato al cardinal Cartario la tua identità o perché bruci d’eretico ardore. Tra due tali vergogne, te la faccio io una confessione, non saprei quale scegliere. In ogni caso arderai allora da altre nature causato, fallita spia.
– Ma perché? Che vi ho fatto?
– Perché? – Cartario volge il viso al lucernario, i rumori della battaglia sono ora meno attutiti, son nitidi, le luci esplodono piene, rotonde – perché. Perché godo. Quando stringo nel pugno, io godo. Ecco perché.

Il coro tace. È un silenzio solido e buio, attraversato in lento volo dagli arcangeli superstiti. Si allontanano, uno dopo l’altro si integrano nella formazione triangolare che ruota attorno alla nube dell’ente, uno spettro gigante nella notte coperta da nembi rapidi. Minuscole gocce picchiano sulle armature d’acciaio. Futura ascolta un vento nero soffiare in un’assenza troppo vasta. Decimate, le Sentinelle sono punti sperduti nel cielo. Negli auricolari ascolta radi bisbigli superstiti e scatti rapidissimi, quasi impercettibili, nei quali riconosce piccole censure ai suoni del pianto. Moriranno anche loro, eppure giustizia ai caduti vuole che non li si mandi a casa.
Respira, chiude gli occhi, li riapre.
– Attenzione ragazzi. Tra poco c’è quello grosso.
Tra lei e il vapore che si disperde nelle correnti rapide dell’aria c’è la schiena curva del Numero Zero, la lama sinistra mozzata a metà, l’altra pende come abbandonata.
Vengono avanti come fantasmi gli alabardieri maggiori. Il coro riprende.
– Non ancora, Rettrice.
Aller incrocia le lame, le distende, schizza in avanti, crea il vuoto davanti a Futura.

– Maledetto, schifoso, merda in porpora...
– Aggiungi legname al personale palco del tuo ultimo spettacolo, mugugnatore di rosari. Vuoi sapere perché? Eppure dovresti conoscere, prete, aver compreso, dovresti, l’essenza del creazionismo. Anzi, guarda, facciamo un gioco. Ti risparmio la vita e me ne torno a San Luca senza proferir parola alle orecchie di Guerrero se rispondi bene alle mie domande.
Cosimo reclina il capo.
– Ci stai?

 

domenica, 18 ottobre 2009

Allo appetito delli uomini particulari

Federica Sgaggio ha scritto qui del servizio di Mattino 5 sul giudice Raimondo Mesiano; ha sgombrato il campo da una serie di etichette e interpretazioni fuorvianti che si erano appiccicate al caso e, così facendo, ha aperto uno spazio di chiarezza per la riflessione. Ne approfitto: oltre all'intimidazione di cui scrive Federica, mi pare che il servizio mostri qualcos'altro. Non qualcosa di nuovo in senso stretto, perché è qualcosa di coerente con un'ideologia già veduta, e già scontata, e già invisibile. Non sono nemmeno sicuro che si possa parlare di intento: è difficile stabilire se vi sia intenzione o sintomo, coscienza o incoscienza, ma in quel servizio non riesco a non vedere all'opera il tentativo di ridurre un ordine logico, ovvero un ordine universale - la legge -, all'individuo. E, necessariamente, il tentativo di ridurre un ordine universale equivale al tentativo di annientarlo.
Il servizio riduce la legge a un uomo in particolare, riduce la matematica a corpo, vizi, abitudini, colore dei calzetti. E mi pare che qui ci sia pure, implicita, un'identificazione tra persona umana e desiderio, quindi: riduzione della legge alla persona e riduzione della persona alle sue motivazioni personali. E dunque: riduzione della legge a motivazioni personali. Sei giudice, ma sei uomo, dunque chi sei tu per giudicare? La legge, sì, ma la legge non esiste, non c'è l'universale, non c'è l'ordine logico. E, dove non c'è ordine logico, non ci sono ragioni, e allora il più grosso non si deve toccare, lui è là e basta, e tu no. Sei invidioso?
I signori dell'antidiscorso attribuiscono agli altri la loro stessa antropologia: siccome io non mi riferisco all'universale, allora nessuno si riferisce all'universale; siccome io ho scheletri nell'armadio, allora anche il moralista ha scheletri nell'armadio; e siccome è l'uomo che avvalora l'argomento, non la realtà, allora l'incoerenza del moralista confuta le sue affermazioni; siccome è il consenso che fa la verità, allora una verità senza consenso è falsa.
Per i signori dell'antidiscorso non esiste l'universale: al di là del valore di verità, affermare che il Presidente della Repubblica sia una persona di sinistra, che la maggioranza della Corte Costituzionale sia composta da persone di sinistra è già di per sé affermare che il loro operato sarà distorto da motivazioni ideologiche, avrà un bersaglio e questo bersaglio sarà raggiunto anche distorcendo passaggi che, lasciati al loro corso naturale, non avrebbero raggiunto quel bersaglio.
Che sia intenzione o sintomo, coscienza o incoscienza, creazione o riflesso - per ciò che conta ormai, corroborando il riflesso la creazione - mettere in piazza il corpo del giudice mi pare un altro modo della distruzione dell'ordine logico e del riferimento al reale, la stessa distruzione all'opera quando si pretende che l'esser moralisti (o l'esser zozzi) dei moralisti confuti le loro affermazioni, la stessa distruzione all'opera quando si pretende che la ripetizione di una proposizione valga come confutazione dell'argomento dell'interlocutore.
mercoledì, 14 ottobre 2009

L'ultimo Gabibbo

Questa recensione è apparsa sull'Indice di ottobre.

Michele Botta ha ventisei anni, è compulsivo, nevrotico, particolarmente abile a trovare pretesti per andare in collera e a ingenerare limiti nella pazienza apparentemente illimitata della sua fidanzata; coltiva un’evidente propensione all’alcolismo, è ossessionato dai manifesti giganti del naufragando Veltroni, assuefatto alla pornografia on-line, torturato da un reflusso gastroesofageo, perseguitato da una pretendente fasciofuturista. Soprattutto Michele è stato assunto da una società di produzione televisiva, e mentre lavora al format di Qua la zampa!, un delirante reality sui cani, l’occasione della svolta gli si presenta nella forma di una fiction milionaria su un patriarca del porno. La futura classe dirigente racconta il tentativo di Michele di tenere insieme tutti i pezzi di sé al cospetto della fortunata circostanza. Il respiro ampio e la narrazione in prima persona impongono a Peppe Fiore una voce differente da quella dei racconti: il romanzo è loquace e, complice la soggettiva, l’autore si mette più in gioco; la formula è efficace, e i dialoghi perfetti, gli stacchi cinematografici, le risate, numerose e potenti, i temi e i problemi affrontati senza remore non esauriscono i pregi del romanzo: l’eleganza consueta della prosa di Fiore intesse ogni singola frase e procura al lettore un piacere raro; e il sarcasmo disperato che innerva il romanzo va a porsi al polo opposto – e qui la prima persona trionfa – rispetto a una presa di distanza ironica. Se dei personaggi di Cagnanza e padronanza (Gaffi, 2008) su queste pagine si era detto che non possedevano “nemmeno i vocaboli, le immagini, gli oggetti per dire la disperazione”, Michele i vocaboli, le immagini e gli oggetti li possiede, ma la sua disperazione è non trovare più la via alla credibilità del male. Da un lato, infatti, la mediatizzazione dell’homo italicus rende impossibile un rapporto diretto con le proprie emozioni: Michele è inesorabilmente spettatore di se stesso, come se si vedesse sempre da dietro una telecamera. Dall’altro, la comicità mediatica all’italiana – che è in fondo il riflesso di un carattere nazionale: per Michele se apri il Gabibbo dentro c’è Berlusconi, ma se apri Berlusconi dentro c’è un altro Gabibbo – ha contaminato tutto. Il risultato di questa combinazione è la tragedia paradossale di Michele Botta: non riuscire a salvaguardare nemmeno una dimensione personale dove resti in vigore un puro sentimento del tragico, una percezione di sè non inquinata dalla caricatura. Intanto, là fuori, il mondo sembra edificato dall’“ultimo uomo” dello Zarathustra di Nietzsche: quello che saltella e rende tutto piccino, che ha inventato la felicità e ammicca. Non è solo la vita di Michele: è l’Italia intera ad assumere i tratti mai così espliciti della commedia all’italiana. Qui uno scassinatore non può che essere lo scassinatore di un film di Lino Banfi. Solo Roma conserva a tratti connotati seri e tragici, un mostro di cemento soffocato ora dal sole ora dalla nebbia, un nulla spietato e desolante, l’altra faccia, opposta e veritiera, del nulla della demenza collettiva. Eppure qualcosa si muove. Come se reagisse all’iperfagia delle comunicazioni e delle relazioni, il corpo di Michele manifesta il proprio limite e tenta di ricreare un ordine autonomamente. Michele Botta, che dice – non senza un tono di fierezza – di essere arrivato a Qua la zampa! passando per Wittgenstein, è il nodo al centro di una ragnatela impossibile: vive all’incrocio tra la sua relazione con Francesca e quella con i suoi genitori, patologiche per motivi diversi; lavora per una piccola casa di produzione dai trascorsi seri e impegnati che oggi scende a patti con il mercato televisivo più disastroso, senza che si capisca cosa si debba fare, cosa non si debba fare, cosa sia lecito fare senza perdersi e rispetto a quale ordine morale; è ossessionato da un PD ciclopico che mischia tutto in un grande nulla e intanto bazzica una spasimante fasciofuturista, con l’esito di essere bastonato da picchiatori rasati. Vive, soprattutto, nella sterminata terra di nessuno, tipicamente italiana, tra l’adolescenza e la vita adulta. Il risultato è il reflusso gastroesofageo, immagine e antidoto di un’integrazione impossibile tra Wittgenstein e Qua la zampa!, tra un ventiseienne e l’Italia contemporanea. La depurazione è dolorosa e sfiancante, però fa il suo dovere. Il rigetto di ciò che è impossibile accogliere – e che non lo si potesse accogliere lo avevano già capito l’amico Ennio scappato in Giappone e Francesca in partenza per il Libano – libera finalmente lo spazio per un’esperienza emotiva immediata, una capacità di riappropriarsi del presente. Qualcosa che assomiglia a una saggezza comincia a comparire nei rapporti familiari. Intanto Michele si accorge che il Bagaglino non lo fa più ridere mentre scorrono le immagini della Roma di Alemanno, dell’otto percento della Lega, dei pestaggi nelle strade e di tutta la tragedia che si nascondeva dentro quell’ultimo Gabibbo.
martedì, 06 ottobre 2009

Fondamenti

Ne avevo già riportato un passo.
“Coro” di Giulio Mozzi lo leggo quattro cinque volte l’anno. Provo a parlarne un istante ma è difficile, è una vetta della letteratura italiana contemporanea: è un racconto, è un manifesto di filosofia morale, è una testimonianza del rapporto concreto tra letteratura e vita, è un capolavoro di retorica, è il riappropriarsi del centro da parte della persona umana, corpo anima spirito, con uno strattone, e con uno schiaffo.
“Coro” è inserito nel libro di racconti Il male naturale, che Mozzi sta ripubblicando interamente, in pdf, su Vibrisse. “Coro” è il racconto che fa detonare Il male naturale.
Qui “Coro”.
Qui tutto Il male naturale.
domenica, 04 ottobre 2009

Heavy Metal

sabato, 03 ottobre 2009

Fire fi the Vatican – De natura boni

– Le cose non hanno alcun valore al di fuori di quello dell’utilità che hanno per noi.
– Le cose hanno valore a prescindere, Raiden. Esso è lì ed emana, se vuoi sentirlo. Guarda questo fuoco, ha un valore d’uso, e ne ha un altro ora per me, che voglio illustrare a te il valore del fuoco mediante questo fuoco. Ma oltre a questi ha valore in sé: poteva non esserci e invece c’è, arde gratuitamente nel mondo, s’incarna e annuncia una progressiva incarnazione.

– E ditemi, sguarnito frate. Credete voi che il bene sia bene perché lo vuole il Signore o che il Signore voglia il bene perché è bene?
Un boato d’esplosione soffuso dalla lontananza guida gli sguardi di entrambi al lucernario. Nel cielo piccole luci s’accendono e spengono al di là delle nubi in coltre, come lucciole rosse, tra suoni asincroni. Quando Giacomo ritorna con lo sguardo al suo interlocutore, Cartario è già lì che lo fissa e gli ghigna quasi in faccia, il volto proteso in avanti, le braccia tese lungo i fianchi, i pugni serrati.
– Naturalmente, – Giacomo alza le sopracciglia, respira, appunta gli occhi al pavimento di lastre di pietra, per via ne registra l’aspetto preistorico, confortevole – io credo che il bene sia bene perché così volle il Signore nella creazione.
– Dunque se il Dio avesse voluto che bene fosse il torturare e lo stuprare e l’uccidere innocenti, ciò sarebbe stato bene. E, altresì, o minuscolo, se il Dio non fosse, tutto sarebbe permesso.
– È impossibile che Dio non sia.
– Ma per ipotesi.
– Per ipotesi sarebbe come dite voi.

– E il valore causa un’azione, come è per noi eternisti? Che so, vedi qualcuno in pericolo e lo salvi.
– Noi preferiamo dire che i valori non causano, ma motivano un’azione, Raiden. Non è un fatto meccanico. Puoi sempre dire di no a un motivo. Noi chiamiamo libertà quello spazio che si crea tra motivo e decisione.
Laica fissa la croce di legno rude appoggiata al muro, l’ombra ne balla per via del fuoco del camino.
– Dunque quando uno fa una cosa sarebbe anche libero di non farla. Per questo dicevi che chiunque di noi percepisce la libertà altrui e da ciò nascono la colpa e la Rabbia.
– Incolpiamo anche noi stessi, se è per questo, e in fondo sopra tutto. E uno squilibrio, forse un’ingiustizia subita, un vuoto che vuoi subito colmare lo colmi di rabbia, recriminazione; finisce che vediamo ingiustizie dove non ci sono, attribuiamo intenzioni che non sono mai esistite, è un delirio della volontà di controllo in espansione, tentacoli matematici sul mondo. Ma se tu ritirassi i tentacoli, accettassi le tue emozioni come una rivelazione che ti viene donata, accettassi il mondo e con il mondo te e il tuo limite, il tuo sguardo si farebbe limpido come non si può immaginare.

Come si dissipa la nostra cultura in questa foga, considera Tolner. Ha ordinato ai Guardiani di sciamare attorno all’ente mentre l’occhio non sa rinunciare a cadere su Nil, aerodroide indiavolato che furioso sbranca angeli. Corazzati in disordine totale. Grande favola, l’interiorizzazione. A che giova sapere che ogni cosa è necessaria, che materia causa materia e pensiero causa pensiero, che tutti siam cose e l’incedere delle cose è inesorabile? Questa rabbia di Nil verso cose che il suo odio ha eletto a nemici, allora, donde viene? Odio per le cose? Odio per cose che non possono fare altro da ciò che fanno? Splendido esemplare sei, Generale Nil, terza carica della Terra: manifestazione di terrore e collera che ignorano il tuo saldo sapere: a ciò che solidamente sai nemmeno credi. Splendida confutazione umana di filosofie corrette da revisionare, bestia bionda sconosciuta a sé che odia le cose.

Incolpiamo anche noi stessi, e in fondo sopra tutto. Qualcosa nella mente di Raiden ripete e non recepisce, le parole sono involucri svuotati: incolpiamo anche noi stessi, e in fondo sopra tutto. Gli sale un nervoso contro sé. Una mano sulla spalla rompe la spirale.
– Calma – il sorriso di Laica è sicuro – la comprensione di non aver controllo non è una cognizione, è uno stato d’animo. La fiducia nasce in una notte di caos e d’arbitrio. La resa è pace.
– Non capisco – la voce di Raiden traballa spezzata – non riesco a capire ciò che dici.

Una pioggia sottile picchietta il vetro greve del lucernario, s’avvicinano le esplosioni.
– E allora non credete, voi, miserrimo, che se ognuno decidesse non secondo il comando, ma secondo la sua coscienza, il relativismo dilagherebbe?
– Ne... necessariamente, signore.
Il frate china il capo.
– Codardo. È di pubblico dominio che i frati sostengono che tutti gli uomini sono in grado di riconoscere il bene e il male con la coscienza, che la coscienza vede i valori...
– Sì, noi lo diciamo, ma non contestiamo il comand...
– ...e non sono idiota, frate: se la coscienza sa cosa è bene e cosa è male, non serve il comando: secondo voi nessuno dovrebbe imporre ad altri il comando. Ho sentito dire con queste mie orecchie da molti frati con più fegato di voi che un’azione non è buona perché il Dio la esige, ma al contrario il Dio la esige perché è buona. E che il bene sarebbe bene anche se il Dio non fosse. Secondo voi deliranti il Dio e l’uomo stanno entrambi al di sotto del bene e dei valori, che voi dite assoluti e reali, e voi addirittura osate chiamare relativista chi crede il bene e i valori dipendere dal volere del Dio. Confessate! Sozzo!

Al suono della campana di ferro situata nel vertice della Piramide i gerarchi sono richiamati nel globo che chiamano Primum movens. Lo sguardo fisso avanti, lungo i corridoi bianchi, le calzature di seta accarezzano silenziose i pavimenti. Raggiungono la Porta di Bronzo, ed è spalancata. Rallentano. Entrano nella Sala dell’Ascesi. Qui, oltre la sequela dei dodici lampadari e dei dodici scalini si erge il trono d’oro, bronzo e avorio intarsiati che innalzano Guerrero. I capelli biondi cascano sulle spalle nere della Veste, il capo reclinato su un pugno, il gomito sul bracciolo. Dietro di lui lo schienale del trono si eleva e culmina in un triangolo d’oro segnato da un occhio senz’iride. I Cardinali prendono nota mentale: è assente il grande Michele dalla spada di fiamma; sono assenti gli alabardieri maggiori dal capo che sfiora l’alto soffitto istoriato con le vicende dei Papi; Guerrero indossa la Veste nera della Guerra; nell’istante che sono ormai tutti dentro e ognuno ha occupato il suo spazio, una vertigine s’addensa loro attorno alle caviglie: la Piramide si sta sollevando.

giovedì, 01 ottobre 2009

Ti prendo e ti porto via

giovedì, 24 settembre 2009

Ultra in effetti






Interviste a Giorgio Vasta e Filippo Tuena realizzate da Ilaria Giannini.
Video tratto da www.intoscana.it.
mercoledì, 23 settembre 2009

La peste

Ecco le domande che abbiamo rivolto al fondatore delle Brigate Rosse.
Prima: la sua liberazione dal carcere fu una delle azioni più spettacolari degli anni di piombo. Mi sono convinto che in realtà Mara Cagol non l’ha liberata per amore, ma per violenza. Un po’ come successe a Cristo: quando venne arrestato nell’orto degli Ulivi, Pietro sguainò la spada…
Seconda: Stando a molti, le Br nacquero dall’incontro della sinistra oltranzista e dell’ala più radicale del cristianesimo militante. Voi volevate liberare i poveri, ma Gesù ha detto Beati i poveri perché di essi è il regno dei cieli. Se voi liberate i poveri, il regno dei cieli non verrà. Se i poveri diventano ricchi, diventano qualcosa di peggio, perché il loro guadagno è già in questo mondo. Il Male è necessario perché avvenga la redenzione. Se voi lo togliete a cosa serve dio? Bisogna che il Male rimanga tale, che non venga modificato; bisogna che la gente soffra, s’ammali, muoia, uccida e venga uccisa, proprio perché così è possibile che alla fine dei tempi dio si mostri.
Un bambino nasce e sembra normale, poi si scopre che ha una malformazione: è giusto che l’abbia, è normale che l’abbia, perché è segno che questa vita, la mia la sua quella di questo ipotetico bambino, non è per niente salva. Come possiamo amare qualcosa che è già salvo? Come possiamo amare qualcosa che non sia imperfetto, fragile e perduto? Si ama solo ciò che è male, solo ciò che è toccato dal male, nella speranza che l’amore redima e tolga. È una speranza, è vana e ci costringe ad amare qualcosa in continua agonia. Lei invece, ritornando all’esempio, vuole guarire effettivamente il bambino della sua deformità. Ma se il bambino è sano, è inutile amarlo.
Ecco, le domande sono senza risposta, perché Curcio non ha voluto rispondere. I padri, chiunque essi siano, non parlano. Sono le nostre sfingi e se ne vanno (chi inghiottito dalla massa, chi rifugiandosi nel bricolage da cantina) rigorosamente mute. Ma noi non faremo come Edipo. Lo liberiamo e ci liberiamo, qui e ora, di ogni accusa di colpevolezza nei confronti del padre e della madre. Rispondendo da soli alla domanda delle sfingi, abbiamo liberato la città. Nella città liberata si è prodotta la peste. E di questo, davvero, noi non abbiamo colpa.

Demetrio Paolin, Il mio nome è Legione
martedì, 22 settembre 2009

Non si esce vivi dall'underground



È uscito lo SpecialOne di Collettivomensa, a tema Non si esce vivi dall'underground. Sostiene Collettivomensa: "ben 80 paginone di racconti, fumetti, illustrazioni tutti lì a spaziare sull’esperienza degli autori nel traforo malsano dell’underground e poi proclami apocalittici, environment, ricette di cucina, accorgimenti sulla pesca all’aspetto e naturalmente un sacco di pulzelle nude". Dentro ci trovate, tra tutte queste cose fighissime di autori e fumettisti e illustratori elencati qui, il mio racconto Dreadlock! (episodio pilota), e pure un inedito di Vanni. Per avere lo SpecialOne dovete venire a Ultra, dove lo SpecialOne sarà presentato il 23, oppure cercarlo in giro nelle librerie più fighe e sensate d'Italia, oppure scrivere a collettivomensa [at] yahoo.it.

Sito denuclearizzato