(Lungo il Corso XI Settembre)
LANFRANCO: Demonico Jago, di nuovo qua tra di noi. Perché quell’aria perplessa? Forse ti rende pensieroso il destino curioso che i nostri sapienti governanti hanno deciso per gli Orti Giulii? Dimmi: è questo che ti dà quell’aspetto assieme stupito e corrucciato?
JAGO: O Lanfranco, forse sì e forse no, se intendi ciò che intendo.
LANFRANCO: Per il dio, Jago, che gioco è mai questo? È troppo vecchio e ignorante, Lanfranco, per queste tue sottigliezze. Vuoi forse dire che ti rattristano due cose, una il destino degli Orti Giulii, l’altra una cosa del tutto diversa, e insieme tu sei rattristato e dall’una e dall’altra? Perché questo è l’unico modo ragionevole in cui mi sembra si possa intendere ciò che dici. Altrimenti sembreresti concepire il destino degli Orti Giulii come destino degli Orti Giulii e insieme come un’altra cosa che quello non sia, il che è impossibile, che cioè una cosa sia insieme se stessa e qualcosa di diverso. O non pensi anche tu così?
JAGO: No, sapientissimo Lanfranco, penso sia la prima che hai detto, ma a dire il vero son confuso. In realtà sto cercando di dirti che sì, sono due cose diverse a rattristarmi, e che però è come se qualcosa mi dicesse che tali due diverse cose sono legate tra loro da rapporti di parentela.
LANFRANCO: E che voce divina è mai questa, o Jago, che ti suggerisce come le cose potrebbero stare e non si limita a dirti cosa non devi fare? Io ho l’impressione che gli dèi non parlino in questo modo che tu descrivi, e che sia, il tuo, un qualche tipo di confusione dovuto all’alimentazione esagerata che ci concediamo durante le festività invernali.
JAGO: Deve esserci del vero in ciò che dici, o Lanfranco, quando parli di alimentazione, anche se forse non è ciò che intendi tu. In verità io sono preoccupato da quel qualcosa che non è qualcosa e non è nemmeno nulla, e del quale spesso discutiamo.
LANFRANCO: Eppure avevo letto il tuo post Questo e niente è parente, e l’avevo trovato interessante e sapiente, degno di uno che ha imboccato una strada di un qualche valore.
JAGO: O Lanfranco, se tu sapessi: la verticale è la dimensione più facile da combattere, ma sono le distanze che percorre chi lotta contro l’orizzontale a stancare e ad avvilire chi dà dura battaglia o per amore della città o per non farsi infettare la mente oppure per entrambi i motivi.
LANFRANCO: Per il cane, fatico a seguirti. Rendi sapiente anche me di questo tuo cruccio.
JAGO: E come potrei renderti sapiente di qualcosa che io stesso ignoro, o Lanfranco?
LANFRANCO: Rendendomi sapiente del tuo dubbio e su che cosa esso verta, giovane amico, senza che per questo tu ne conosca la soluzione.
JAGO: Ebbene, in nome dell’amicizia che ci lega proverò a fare quello che tu mi chiedi. Or bene, sai tu cosa intendiamo per incoerenza?
LANFRANCO: Mi pare che l’incoerenza sia una certa forma del brutto, della disarmonia, e per questo di essa gli uomini si vergognano, come accade di vergognarsi a chi ha accolto e sostenuto di fronte a se stesso e agli altri una data opinione, quando poi scopre che essa, se debitamente sviluppata, è in chiaro contrasto con un’altra opinione che sempre egli ha accolto e sostenuto. O non è forse così?
JAGO: Anche a me pare che sia così, o Lanfranco. Eppure mi sembra che vi siano forme di incoerenza che non possono essere combattute con la vergogna: incoerenze più incoerenti dell’incoerenza, se così mi è consentito esprimermi.
LANFRANCO: O benedetto ragazzo, e come possono delle incoerenze essere ancor più incoerenti dell’incoerenza stessa, senza che se ne deduca che esse soltanto appartengano all’incoerenza vera e che quella che invece chiamiamo consuetamente incoerenza in fondo non lo sia? Oppure senza che se ne deduca, al contrario, che lo sia solo essa, e che quelle presunte incoerenze di cui vai parlando tu ora non siano affatto incoerenti?
JAGO: Saggio Lanfranco, vedi bene in che pasticci mi vado cacciando io con queste mie elucubrazioni. Eppure, quando ti avrò esposto i casi reali che in questa aporìa mi han sospinto, sono certo che anche tu non potrai che essere confuso quanto me.
LANFRANCO: Vieni, giovane amico, rechiamoci al Circolo Mengaroni dove suona soave l’i-pod, a prendere una birra Moretti e a parlare di fronte a essa. E, se il dio lo vuole, tutto sarà in breve più chiaro.
(vanno al Mengaroni)
(fine prima parte)
(leggi seconda parte)
