(leggi la prima, la seconda e la terza parte)
(Dopo cena, Jago arriva al Circolo Mengaroni)
JAGO: Per il dio, Lanfranco: non ti sei mai mosso da questo tavolo!
LANFRANCO: A dire il vero sì, mio giovane amico: infatti sono uscito nel cortile e subito rientrato una volta che tu hai voltato l'angolo, perché quel discorso di prima mi ha trascinato nella cerchia dei suoi confratelli senza lasciarmi un istante, ma anzi, volendo egli che io li conoscessi tutti uno per uno, me li presentava, e di ognuno di essi mi insegnava le caratteristiche, tanto che ho creduto di vedere da vicino e di stringer la mano proprio a quei discorsi che tu volevi fare e che solo da lontano credevi di vedere.
JAGO: E allora Lanfranco, lascia che io prenda un Unicum per digerire e, bevendolo a poco a poco a questo nostro consueto tavolo, possa ascoltare dalla tua bocca le fattezze di quei ragionamenti.
LANFRANCO: Mi piacerebbe, Jago, ma vedi che io non vorrei parlare a sproposito, perché quei discorsi erano giovani quanto te e non anziani quanto me, e dove voi giovani notate sottili differenze, noi anziani tendiamo a non riconoscerne; perciò credo sia giusto che io chieda a te di volta in volta se quei discorsi che ho incontrato erano proprio quelli che tu volevi farmi.
JAGO: La tua solita ironia, caro Lanfranco, ma ben venga: in fine le tue domande valgono più delle risposte e il tuo è il modo di procedere dei veri maestri. Dunque, domandami come fossero i discorsi che io credetti di vedere.
LANFRANCO: Dunque non mi avevi parlato forse di discorsi talmente incoerenti da coinvolgere nel loro essere un’incoerenza più incoerente dell’incoerenza stessa?
JAGO: Così ti ho detto, Lanfranco, e lo ribadisco.
LANFRANCO: E non abbiamo noi poco fa detto in quali modi, e per la precisione due, i difensori dell’incoerenza siano anche difensori della coerenza?
JAGO: E come no!
LANFRANCO: E in qualche modo, questa loro maniera di ragionare e dire, che noi chiamiamo coerenza, non li costringerebbe senza dubbio a convenire con noi su ciò che di loro abbiamo detto prima?
JAGO: Necessariamente, Lanfranco.
LANFRANCO: E così facendo essi non proverebbero vergogna per aver dimostrato con il loro stesso ragionare di essere l’opposto di ciò che dicevano e credevano di essere, e cioè di essere dei difensori dell'incoerenza mentre implicitamente difendevano la coerenza, mostrando di non avere né conoscenza né controllo di se stessi? Di questa mancanza di conoscenza e controllo di sé, dunque, non proverebbero essi vergogna?
JAGO: Ne proverebbero, Lanfranco, eccome.
LANFRANCO: Eppure tu mi parlavi di quelli che non proverebbero vergogna. O sbaglio?
JAGO: Non sbagli, Lanfranco.
LANFRANCO: E ora dimmi questo: la vergogna non è forse un modo di sentire?
JAGO: Senza dubbio.
LANFRANCO: E in quale modo di sentire consiste la vergogna?
JAGO: O Lanfranco, brutto, davvero.
LANFRANCO: Certo, caro mio, ma non allentare il pensiero proprio ora che devi impiegarlo di più. Ti sto domandando: cosa è che provoca vergogna e non una qualunque altra emozione dolorosa?
JAGO: Io credo, Lanfranco, l’essere visti, da altri o da se stessi, in una brutta condizione.
LANFRANCO: Puoi farmi qualche esempio di ciò che intendi per brutta condizione?
JAGO: Questo: un brutto stato del corpo o della mente, e cosa sennò?
LANFRANCO: E come chiami lo stato brutto del corpo? Non lo chiami forse ‘bruttezza’?
JAGO: Certamente.
LANFRANCO: E come chiami la bruttezza della mente? Chiamarla ‘bruttezza della mente’ non sarebbe una mera metafora?
JAGO: Effettivamente non mi viene in mente nulla, Lanfranco, tranne un feroce mal di testa.
LANFRANCO: Ed è un bene che ti venga, vuol dire che non accetti le soluzioni solo superficialmente. Dimmi questo: in cosa consiste il bello?
JAGO: Io credo che esso consista in una certa armonia tra le parti che compongono la cosa che noi diciamo ‘bella’.
LANFRANCO: Mi sembra che possa bastare. Rispondimi: le idee non sono forse delle cose?
JAGO: Se esistono, Lanfranco, dovranno pur essere cose.
LANFRANCO: E i pensieri e gli argomenti in cui le idee si concatenano non sono forse delle cose anch’esse? E queste cose non sono tanto più belle quanto armoniche nelle loro parti?
JAGO: Certo Lanfranco.
LANFRANCO: Dunque cose e persone e pensieri ben articolati, con le parti in reciproca armonia, sono belli; mentre se le parti stanno diversamente diciamo che sono brutti, e se appartengono a noi ce ne vergogniamo. O no?
JAGO: Senza alcun dubbio.
LANFRANCO: Ed è più giusto vergognarsi di una bruttezza del corpo o di una del pensiero?
JAGO: Ecco, io non saprei dire perché, ma ritengo più vergognosa la bruttezza di un pensiero.
LANFRANCO: E ciò non accade proprio per questo, giovane amico, e cioè che, mentre della bruttezza dei tuoi pensieri tu ti senti del tutto responsabile, non è così per ciò che concerne quella del tuo corpo? Perché per quanto uno faccia ginnastica e si nutra dignitosamente, difficilmente riesce a trasformare ciò che la natura gli ha dato, mentre invece la mente dipende solo dalla ginnastica e dalla nutrizione, se possiamo dir così?
JAGO: Sì, io direi che possiamo dirlo, Lanfranco.
LANFRANCO: E non sono forse questi i discorsi cui ti riferivi tu? Dimmi: li riconosci?
JAGO: A me pare, o Lanfranco, anche se ora la pertinenza di ciò non mi è del tutto chiara.
LANFRANCO: Non sarà comunque dannoso sistemare, assieme al quadro, anche la cornice.
JAGO: Certo che no.
LANFRANCO: Bene, o Jago, mi pare che siamo a buon punto. Ora lascia che io mi alzi e chieda una moretti. Dopo riprenderemo il discorso da dove lo abbiamo lasciato.
JAGO: E io chiederò al barista di versarmi l'Unicum.
(si alzano e si approssimano al banco del bar)
(fine parte quarta)
(leggi la quinta parte)
