(leggi la prima, la seconda, la terza e la quarta parte)
(tornano al tavolo)
LANFRANCO: E dimmi questo, Jago: non è forse proprio di uno sguardo che sa comprendere, il vedere la bellezza?
JAGO: E in che senso parli di «comprendere», o Lanfranco?
LANFRANCO: Nel senso di «prendere con un unico sguardo» parti diverse della stessa cosa, e, in maniera se vuoi figurata, momenti diversi della stessa cosa.
JAGO: Amico mio, se abbiamo detto che la bellezza è armonia, e che l’armonia non può che essere armonia tra cose diverse o momenti diversi, la cosa non può che essere come la metti tu: è proprio dello sguardo che comprende saper vedere la bellezza.
LANFRANCO: Dunque, dato che abbiamo detto che la vergogna è la sensazione spiacevole o dolorosa che segue alla visione della disarmonia, può vergognarsi e svergognare solo colui che abbia un tale sguardo che comprende cose o momenti diversi. O no?
JAGO: Necessariamente, Lanfranco.
LANFRANCO: E di cosa si vergognerebbero, Jago? Forse del fatto di voler apparire come difensori dell’incoerenza e invece apparire come difensori della coerenza?
JAGO: Certamente, Lanfranco, di questo.
LANFRANCO: E non è forse chiaro che in fondo anche in questo loro vergognarsi si cela una gran valutazione della coerenza, proprio perché di cos’altro si vergognerebbero costoro se non della loro stessa incoerenza? Non sarebbe questa incoerenza una disarmonia brutta a vedersi? Non considerano anche loro brutta l’incoerenza?
JAGO: Non può che essere così, Lanfranco, hai ben concluso.
LANFRANCO: Aspetta, demonico giovane: non ho ancora finito. Non abbiamo forse detto che questa loro incoerenza vergognosa si manifesta a sua volta a causa di due altre loro voglie di coerenza, che sono il voler convincere della giustezza delle azioni con i fatti, che è proprio delle persone coerenti, e il credere nel discorso come giustificazione, che è proprio di chi tiene in gran conto l’argomentare?
JAGO: Proprio queste avevamo detto, o Lanfranco, essere le loro coerenze incoerenti.
LANFRANCO: E non è forse vero che chi tiene in gran conto la coerenza nel discorrere lo fa perché tiene in gran conto la verità del discorso? Non ritiene infatti costui che un discorso coerente potrebbe anche corrispondere al vero mentre un discorso incoerente certamente non può corrispondere al vero?
JAGO: E come no?
LANFRANCO: E del resto come potrebbe uno non credere questo e insieme voler argomentare? Vedi bene, infatti, che uno che non credesse che i suoi pensieri e i suoi discorsi potrebbero anche corrispondere al vero si penserebbe come uno che si vuole limitare a emettere rumori senza il fine di comunicare alcunché. E chi distinguerebbe costui da un demente? E chi glielo fa fare?
JAGO: Certo non tu, e nemmeno io, Lanfranco.
LANFRANCO: Bene visto che siamo d’accordo su questo, torniamo alla coerenza: non dovrebbero dunque vergognarsi, i nostri difensori dell’incoerenza, se noi, mettendoli di fronte al loro argomentare, mostrassimo loro che il loro stesso argomentare, in quanto argomentare, è difesa della coerenza?
JAGO: A questo siamo giunti, saggio Lanfranco.
LANFRANCO: Sicché tu potresti dir loro: ma non vedete, benedetti uomini, che con il vostro argomentare a favore dell’incoerenza non fate che dimostrare che voi per primi credete nella coerenza e nella sua potenza di verità, e tradite questa vostra credenza proprio a causa di questa vostra predilezione per l’argomentare, e cioè a causa del bisogno che sentite di argomentare, e a causa dell’argomentazione stessa, che è un qualcosa di logico e coerente? E dunque, rispetto a questi due modi di credere nella coerenza, di fronte a uno sguardo che comprende, non subireste voi duplice vergogna? In quanto dite di credere nell’incoerenza e poi dimostrate di credere nella coerenza tra parole e azioni, ma soprattutto perché per giustificare l’incoerenza usate la vostra forma di comunicazione principale, che è il linguaggio, il quale è votato alla coerenza per natura? Non diresti forse loro in questo modo?
JAGO: Lanfranco, io non direi loro così, perché questa argomentazione sarebbe troppo prolissa ed essi si prenderebbero gioco di me.
LANFRANCO: E per il dio, non è meglio spendere più tempo nell’essere prolissi piuttosto che guadagnarlo dal non essersi spiegati, forse nemmeno a se stessi, benedetto ragazzo?
JAGO: Ecco, Lanfranco, non offenderti, perché io apprezzo il tuo modo di argomentare, però trovo sempre più spesso che tal modo non sia efficace, perché la gente non sta a sentire discorsi più lunghi del discorso del portolotto.
LANFRANCO: Per il dio, Jago, che tipo di discorso è mai questo discorso del portolotto?
JAGO: Fammi prendere una moretti, Lanfranco, che l’Unicum ha fatto il suo dovere: ha disciolto il groviglio delle sostanze e aperto finalmente la strada.
LANFRANCO: Vai e sbrigati, che sono ansioso di sentire.
(si alza e va al banco)
(fine quinta parte)
